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Voglia di cose porche. parte 3

Colored Hair

Voglia di cose porche. parte 3
“Inserire il denaro o la tessera”
“Arrivederci”
Il casello dell’autostrada era varcato e ormai mancava veramente poco per raggiungere il paradiso delle cose porche. Mai una voce metallica ha suscitato più fremiti, la sensazione era di aver appena varcato fisicamente il confine che separa passione ed erotismo e perversione.

Imboccammo una strada provinciale buia, in aperta campagna, senza la benché minima illuminazione pubblica, ovunque mi girassi non vedevo altro che oscure distese di terra dove al massimo si potevano riconoscere sullo sfondo le sagome di vecchi casolari o di alberi solitari, tutto contornato da flebili ombre dettate dalla luce che la luna e le stelle possono offrire in una fresca sera di settembre.

Il cuore cominciò a battere forte, mi voltai verso di lei e colsi nel suo sguardo fisso lì fuori la stessa ansia che stavo provando io. Si accavallarono mille pensieri e mille dubbi mi assalirono ma il piede sull’accelleratore non indugiò mai, e chilometro dopo chilometro arrivammo fuori una villetta apparentemente dozzinale, come molte altre in quella zona, tant’è vero che la superammo senza nemmeno notarla. L’unico dettaglio che mi aveva insospettito era il cancello elettronico illuminatissimo e le evidenti telecamere di sorveglianza in bella vista.

Percorremmo comunque poche centinaia di metri ancora, ma il navigatore era convinto: “Hai superato la tua destinazione!”
“Deve essere quella” dissi
“Forse si” mi rispose Sveva
Feci inversione e tornammo indietro. Entrai nel piccolo vialetto e mi fermai al cancello. In quel momento mi venne in mente il film di Kubrick “Eyes Wide Shut”, mi aspettavo che qualcuno ci venisse incontro, e mi sforzai pure di ricordarmi se il giorno prima al telefono il signore mi avesse indicato una password per l’ingresso. Poi scrollai la testa come a dire – brr sveglia! – e accennai un sorriso per il pensiero appena fatto. Ora stavo volando un po’ troppo con la fantasia!

Proprio in quel momento il cancello automatico cominciò a scorrere sul suo binario, l’ansia cresceva sempre più e con essa ora faceva capolino una nuova erezione dopo il sublime pompino che Sveva mi aveva fatto in autostrada. Davanti a noi, in leggera discesa, comparve un immenso parcheggio in cui c’erano già una ventina di auto parcheggiate, mentre sulla nostra destra campeggiava una struttura a ferro di cavallo dislocata tutta al piano terra, di un color arancio acceso, e nel cui angolo interno spiccava l’ingresso blu illuminato da luci rosa. Insomma già dall’apparenza non poteva essere altro.

Parcheggiammo e scendemmo dall’auto sorridenti, l’ansia andava scemando lasciando spazio ad uno spirito goliardico.
“Vediamo di che si tratta!” esclamai, e Sveva annuì divertita.
Ci incamminammo verso la porta, e fu allora che le presi la mano e me la portai sul cazzo, volevo sapesse che ero di nuovo eccitato.
“Senti qui!”
“Non ti basta mai” disse lei guardandomi con gli occhi curiosi e goduriosi. Adesso era lei che mi tirava per farmi accellerare il passo.

Eravamo finalmente dentro. Un piccolo ingressino accoglieva una scrivania per la registrazione dei soci e dietro due uomini sulla cinquantina a spiegarci il regolamento. Uno di loro poi ci accompagnò all’interno, dove ci presentò una loro socia che ci fece fare un tour all’interno delle varie aree della struttura: disco, dinner, privé, sala coppie, sala voyeur, il giardino e la capannina etnica. A parte l’area esterna, tutte le sale interne erano collegate da un corridoio angusto e tremendamente buio, ma la signora ci tranquillizzò dicendoci che appena gli occhi si fossero abituati ci saremmo mossi agevolmente.

Sveva era particolarmente silenziosa, la ascoltava parlare in dialetto laziale mentre ci descriveva tutto ciò che vedevamo, era divertita dal sentirla commettere tanti errori nell’esprimersi, mentre io ero curioso di sapere tutto e le facevo domande a raffica. Una di queste cominciò così: “Abbiamo visto dal sito un calendario di eventi che organizzate ma che non erano descritti in dettaglio, ci spiega come ci si organizza di solito?”
“Bhè niente di particolare, i nostri soci sono persone comuni a cui piace venire qui a divertirsi. Organizziamo serate a TEME e poi il resto lo fa la fantasia di ognuno!”
Infine ci accompagnò al buffet di benvenuto e ci augurò buona serata!

Non fece in tempo ad allontanarsi che scoppiammo entrambi in una fragorosa risata. Quel SERATE A TEME ci aveva così colpito che continuammo a scherzarci su per mesi. Però ci aveva fatto anche bene, ci aveva rilassato, avevamo ora davvero la percezione che quel posto fosse fatto da persone comuni per persone comuni. Perciò prendemmo un aperitivo e ci accomodammo in discoteca a sorseggiarlo.

Ci guardammo intorno e vedemmo una decina di coppie che ai vari angoli o vicino alle varie colonne sorseggiavano il loro drink, e tutti sembravamo scrutarci l’un l’altro alla ricerca di possibili compagni di giochi.
“Ti piace qualcuna?” mi chiese Sveva divertita.
Fino ad allora avevo visto un po’ di donne e tutte con pochi lembi di stoffa addosso, la situazione era molto eccitante ma nessuna aveva ancora carpito la mia attenzione.
“Non particolarmente -dissi- ma sono molto eccitato! Usciamo?”
Mi alzai ed andai verso il giardino. Sveva mi seguì.

Ci preparammo due piattini con un po’ di stuzzichini, prendemmo altri due drink ed uscimmo per accomodarci ad uno dei tavoli apparecchiati all’esterno. Presto ci raggiunse il presidente dell’associazione, l’uomo che ci aveva accolto all’ingresso, e che dandoci nuovamente il benvenuto si sedette in mezzo noi. Sveva gli stava letteralmente facendo strabuzzare gli occhi, il suo generoso decolleté e le sue cosce nude erano ben in mostra, ed il tizio ne era evidentemente attratto. Non passò molto tempo infatti prima che, parlando del più e del meno, con nonchalance le appoggiasse la mano sulla coscia e cominciasse ad accarezzargliela. Lei si irrigidì, non si aspettava tanta intraprendenza, e cercò subito il mio sguardo; io la guardai con complicità, era un po’ come se ci stessimo dicendo vediamo questo dove vuole arrivare.

Chiacchierammo una quindicina di minuti, durante i quali lui si autoeloggiava per la sua professionalità e per il fatto che avesse ricevuto numerosi inviti a partecipare ai giochi di alcuni soci storici ma che si era sempre rifiutato; intanto la sua mano continuava a scorrere sulle cosce che Sveva teneva volutamente ben serrate, non era affatto il suo tipo. Dopo un po’ dovette cogliere il messaggio ed infatti, con una scusa, salutò augurandoci ancora buon divertimento.

Mi accorsi che mi aveva ingelosito quella mano, ma come ogni volta in qualche precedente occasione poi quel sentimento era diventato la legna da ardere che alimentava il fuoco della passione, e che mi portava sempre ad un livello di eccitazione superiore.

Nel frattempo l’apericena si era concluso, la signora delle SERATE A TEME aveva sparecchiato, per cui adesso toccava alla fantasia di ognuno. Man mano tutti i presenti, una quarantina di persone all’incirca, cominciarono a sparpagliarsi per il locale, noi e pochi altri preferimmo restare lì al ciascuno al suo tavolo, ed il nostro era di fianco alla capannina etnica.
“Vieni siediti sulle mie gambe!”, le porsi la mano per accompagnarla verso di me e Sveva sembrò proprio che non aspettasse altro, in un attimo era seduta sulla mia gamba destra.

La strinsi forte con una mano sul fianco mentre con l’altra cominciai a massaggiarle il ventre, poi le porsi la lingua. Lei cominciò subito a succhiarmela con maestria e ad avvolgermela con la sua in un abbraccio vorticoso. Era come penetrare reciprocamente l’uno la bocca dell’altro e ciò ci eccitò terribilmente. Presto avevamo entrambi le bocche estremamente bagnate dalle lingue con cui ci stimolavamo ovunque dentro e fuori del cavo orale, gli occhi chiusi in preda al godimento e le mani frenetiche alla ricerca del sesso dell’altro. Insomma ora c’eravamo solo noi ed il nostro piacere incuranti di ciò che ci accadesse intorno.

Avevo fatto scorrere la mia mano sinistra dal ventre alle cosce e continuavo ad accarezzargliele con un movimento delicato ma deciso che dal ginocchio andava verso l’inguine spingendo sempre di più per divaricargliele. Come sempre Sveva all’inizio fa resistenza, ma più per il piacere d’essere sopraffatta dalla forza maschia che per reale opposizione, infatti poco dopo cedette e si lasciò accarezzare la figa con l’intera mano. Mi piace da morire sentirla completamente in mio potere, ed in quel momento volevo affermare il mio dominio stringendo con forza l’intera vagina nel palmo della mano fino a far arrivare i polpastrelli a sfiorarle il buco del culo.

Un sussulto e non potette più far altro che spalancare le cosce e sottostare al mio volere. Entrambi continuammo a tenere gli occhi chiusi, a mugolare per l’intenso piacere che ci stavamo dando e per l’eccitazione della situazione in cui ci eravamo messi. Aveva la figa ridotta ad una pozza bollente di umori, con le micro mutande di pizzo nero che aveva indossato ormai fradice e completamente immerse tra le grandi labbra. Ci infilai al primo colpo due dita dentro con grande facilità ma già al secondo colpo erano diventate tre; stava sbrodolando come mai prima d’allora, era veramente incredibile.

Intanto aveva iniziato a succhiarmi le labbra e a disegnarne il contorno con la punta dura della sua lingua. Mi fece ribollire il sangue dentro, avevo il cazzo viola pronto ad esplodere, ma le infilai dentro la fessa ben quattro dita e cominciai a ravanare come un forsennato contro la parete vaginale del clitoride fino a farla squirtare.

Non mi bastò, ora volevo il seno, volevo che le sue bellissime tette sode fossero fuori, con i suoi chiarissimi capezzoli ben in mostra ed alla mercé della vista di tutti. Perciò con la mano destra le sbottonai un po’ il vestito dietro le spalle e con la sinistra glielo abbassai sul davanti; dovetti lottare un po’ anche stavolta ma ormai Sveva era un fiume di goduria in piena e non ci volle molto.

Io non resisto alle tette della mia compagna, se sono scoperte io DEVO succhiargliele, perciò aprii gli occhi per cercare la mia fonte del piacere, ma con mio sommo stupore trovo un tizio seduto accanto a noi. Circa quarantacinque anni, capelli corti brizzolati, fisicamente esile e con la faccia da buono. Anche Sveva rinviene, lo vede e fa un cenno come per coprirsi pudicamente stringendosi addosso a me. Sembravamo entrambi essere stati svegliati da un bellissimo sogno.

Intendiamoci lo stupore era dovuto al fatto che nessuno di noi due si fosse accorto della sua presenza, la fantasia che qualcuno ci guardasse ci piaceva, ne eravamo eccitati ma ritrovarcelo a un metro senza accorgercene ci aveva colto di sorpresa. Doveva essere lì già da qualche minuto perché aveva avuto il tempo di portarsi una sedia, posizionarla giusto di fronte alla figa spalancata di Sveva e mettersi comodo a godersi lo spettacolo.

Lo fisso, lui mi sorride e mi fa “Hai una bellissima donna!”, ed io imperterrito “Lo so!”. Mi volto verso di lei, la afferro per le spalle e cerco di staccarmela da dosso per succhiarle quei bellissimi capezzoloni rosa chiaro.

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