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Una fantasia (Parte 3)

Una fantasia (Parte 3)
Stranamente il viaggio fu più pudico di quello precedente. Il tassista si limitò a guardare e ad accarezzarmi timidamente una gamba. Avevo una gran voglia di sapere dove stessimo andando, ma non riuscivo a parlare così concentrata sulle mie voglie.
Dopo meno di dieci minuti il tassista prese una rampa sotto una gigantesca insegna di parcheggio. Già al primo piano sottoterra notai l’enormità di quel posto e il quantitativo enorme di auto che vi erano stipate. Giunti al terzo e ultimo piano il tassista fermò l’auto in uno spazio vuoto tra un altro taxi e un furgoncino scassato.
“C82”, disse lui orgoglioso, “Questo è il mio posto”.
“Perché mi ha portato qui”, chiesi fingendomi innocente. Lui reagì prima con una risatina, poi con un gesto che mi colse alla sprovvista facendomi sobbalzare.
Entrambe le sue mani mi afferrarono il vestito soppesandomi i seni, stringendoli con energia.
“Fammi vedere anche queste”. Io mi guardai tutto attorno e capì che quanto mi disse era il vero: “No qui non ti vede nessuno”.
Lo aiutai ad abbassare il vestito scoprendo per intero il busto nudo. I complimenti si sprecarono, ma le mie intenzioni erano diverse.
Tirai così indietro il sedile e ruotai verso di lui gli spalancandogli davanti la figa pulsante.

Mangiò. Era affamato, scoordinato ed impreciso, ma mi piacque tantissimo. Gli presi la testa tra le mani per assicurarmi che non si staccasse e nel sicuro di quel luogo mi lascia andare a tutti i gridolini e commenti che avevo trattenuto fino ad allora. Mi riempì tutta la zona, dentro e fuori di saliva e per poco non rischia di venire. Lo caccia indietro giusto in tempo e guardando il suo viso infuocato immaginai quanto dura potesse essere la sua erezione. Lo scoprì molto presto. Mentre lui slacciava e abbassava i pantaloni, io mi procurai le salviette dalla borsetta per pulirlo meglio che avrei potuto. Il suo cazzo era stretto e lungo, ma soprattutto durissimo, un pezzo di marmo con la cappella viola e la pelle delle palle visibilmente tesa.
“Sei un uomo fortunato”, gli dissi piegandomi su di lui senza nemmeno averlo toccato prima. Lo avvolsi e lo spompinai come se avessi fretta ascoltando le sue parole di gioia ed eccitazione, le sue palpate su gran parte del corpo e succhiando con tutta la forza che avevo nelle labbra.
Mi trovavo in fondo quando lui fece come uno spasmo: “Arriva qualcuno”, disse coprendosi frettolosamente l’asta con un lembo della camicia. Fu un vero colpo, lo ammetto, mi spaventai. Riuscì a vestirmi con largo anticipo, ma lo stesso il cuore non voleva smettere di rallentare.

“Lo conosco”, disse lui indicando l’altro taxi, “Adesso si fermerà a parlare”. Con il cuore in gola cercai di ricompormi il più possibile, poi lo guardai avvicinarsi al suo taxi, cambiare direzione con un largo sorriso sulla faccia non appena ci vide.
Il mio “amico” non poté far altro che tirare giù il finestrino ed assecondare la situazione, ma già da subito recepì l’interesse dello sconosciuto sia sulla situazione sia sulle mie gambe e il mio vestitino. Infatti…

“Chi è la ragazza”, chiese prendendo l’altro alla sprovvista. Non rispose. Non so come, ma quella mattina mi sentivo speciale. Sentivo di avere una soluzione per tutto, e fu così che dal nulla ampliai le assurdità di quella giornata. Mi allungai oltre il tassista e mi presentai stringendogli la mano e, nel tornare al mio posto scostai la camicia che rivelò per intero un’asta ancora testa e umida della mia saliva. Lui si affrettò a coprirsi, ma non fece in tempo

“Oh”, sobbalzo lo sconosciuto, “Scusa Carlo, non immaginavo…”
“Non ti preoccupare”, dissi io in preda a non so quale pazzia. Con la figa che inviava focolai in tutto il mio corpo guardai il nuovo arrivato mentre posavo un leggero bacio in prossimità del buchino di Carlo.
Giulio, così si chiamava l’altro, diventò immediatamente nervoso e confuso, probabilmente indeciso se andare o restare. Col cuore in gola e con una paura incredibile di essermi spinta troppo oltre uscì dalla macchina, camminai lentamente come per avere il tempo di ripensarci. Feci il giro completo dell’auto e infilai la testa nel finestrino. Da qui, probabilmente con le autoreggenti scoperte per la posizione, ripresi a fare ciò che stavo facendo prima di essere interrotta. Passarono solo pochi secondi prima di sentire le mani di Giulio addosso. Partì dal basso carezzandomi i fianchi e portandosi con sé il vestito. Col culo nudo e piegata in avanti continuai il mio lavoro di bocca (un po’ più scomoso sì, ma molto più eccitante di prima).
Una volta ripresosi dallo shock, anche Carlo riprese a toccarmi mentre Giulio da dietro si complimentava con Carlo per la bella amica che si era trovato.

Dal canto mio era il delirio. La testa mi diceva che era tutto sbagliato e tutto troppo giusto allo stesso momento. Li feci fare mentre uno mi abbassava il vestito e l’altro lo arrotolava in vita, poi quando quello dietro mi allargò le anche e, mettendosi in ginocchio, prese a leccarmi, capì che non avrei trattenuto l’orgasmo. In un attimo di lucidità riuscì ad aprire la portiera per essere più comoda durante l’atto. Ogni volta che arrivavo in fondo all’asta di Carlo sentivo la lingua di Giulio altrettanto profonda, poi lo sentì arrivare, violento ed incontrollabile mi fece contorcere e mettermi in ginocchio mentre dalla bocca mi uscivano rivoli di saliva e parole di godimento ad alta, altissima voce.
Sudavo e tremavo allo stesso tempo, finalmente sicura di aver fatto la scelta giusta. I due parlavano e parlavano e toccavano e toccavano. Fu Giulio a sollevarmi da terra. Il suo cazzo era fuori dalla zip dei jeans, rugoso e teso verso di me, più corto di quello di Carlo, ma altrettanto duro. Se lo stava tirando avanti e indietro e mi incitò a continuare. Lo afferrai con una gran voglia di vederlo schizzare e ben presto mi ritrovai Carlo dalla parte opposta, con i pantaloni che toccavano terra e l’uccello contro la mia mano. Li segai entrambi e li feci sborrare sul cemento sporcandomi entrambe le mani dei loro creati.
‘Che esperienza fantastica’, pensai con ancora i postumi dell’orgasmo a tenermi compagnia. Senza dire una sola parola mi rivestì e mi sedetti al mio posto, pronta per essere riaccompagnata all’hotel. Mentre guardavo i due cazzi scomparire nei rispettivi pantaloni e i loro visi soddisfatti e rilassati, mi abbandonai al sedile dove percepì dal profondo del mio corpo una voglia crescente di continuare ad essere così perversa.

FINE

Ragazzi spero che storia vi sia piaciuta anche se, a differenza delle altre, è completamente inventata.

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